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6. Osservatorio materie prime: T-COMMODITY WEEKLY DIGEST
lunedì 18 aprile 2011

6. Osservatorio materie prime: T-COMMODITY WEEKLY DIGEST

6. Osservatorio materie prime: T-COMMODITY WEEKLY DIGEST

Osservatorio materie prime.
T-COMMODITY WEEKLY DIGEST

Edizione n. 6 - 18 Aprile 2011 In linea con i nostri timori, il complesso dei metalli di base ieri è stato investito da un’ondata di prese di profitto. Il pretesto alle vendite (che il mercato aspettata) sarebbe giunto dopo l’indicazione che la banca d’affari Goldman Sachs ha rivolto ai suoi clienti di uscire dal settore delle materie prime in vista di un’imminente sell off nel breve termine. Tuttavia, sarebbe troppo semplicistico ridurre le motivazioni del sell-off alla previsione di un istituto di credito, seppur influente come GS. La ragione vera dietro le prese di profitto va al di là dei semplici fondamentali dei metalli e abbraccia un contesto ben più ampio che riguarda le preoccupazioni della comunità finanziaria internazionale sulle prospettive di crescita mondiali minacciate dal rialzo del prezzo petrolio riportatosi ai livelli pre-crisi del 2008.

La nostra posizione è che dietro il l’ultimo rimbalzo del prezzo del greggio (Brent e Wti) non vi sia un reale mutamento dei fondamentali del mercato, quanto il timore di un’escalation delle tensioni geopolitiche in Nord Africa e Medio Oriente. Insomma, per dirla in parole povere è la speculazione che ha spinto i prezzi su nuovi livelli massimi e non una reale accelerazione della domanda (vedi grafico in dettagli). Al fine di contenere i timori legati alla riduzione di flussi di petrolio dalla Libia (1,2 milioni di barili al giorno) l’Arabia Saudita, primo produttore a livello mondiale con circa 9 milioni di barili al giorno, nel mese di marzo aveva aumentato la propria capacità produttiva al fine di colmare il gap. Tuttavia, le indiscrezioni di mercato secondo cui il governo di Riad avrebbe deciso nei giorni scorsi di ridurre la produzione di 500 mila barili a causa dell’indebolimento della domanda di petrolio ha fatto alzare le antenne agli investitori. I quali hanno iniziato così a porsi alcuni quesiti sugli effetti che il rialzo del prezzo del petrolio possa sortire sull’economia mondiale e in particolar negli Usa dove il prezzo della benzina è cresciuto la scorsa settimana a 3,75 dollari al gallone, appena 34 centesimi al di sotto dei massimi del 2008. A essere preoccupato è il Fondo Monetario Internazionale che due giorni fa ha abbassato le stime di crescita del pil Usa al 2,8% in calo rispetto alla stima precedente di una crescita del 3% diffusa all’inizio dell’anno. Naturalmente non si tratta di una rivisitazione strutturale delle stime di crescita ma è stata certo sufficiente per determinare delle prese di profitto su di un mercato come quello delle materie prime dove l’afflusso speculativo dall’inizio dell’anno presenta indubbiamente degli eccessi e pone i prezzi delle materie prime in un regime di vulnerabilità a violente prese di profitto.

L’elemento che giunge a supporto della nostra tesi è infatti che nel tagliare le stime di crescita del pil statunitense, l’FMI ha lasciato inalterate quelle sull’economia mondiale (+4,4%), alzando quelle della Germania dal 2,2% al 2,5%. Invariata invece le stime sulla crescita cinese al 9,6%. A nostro avviso quelle dell’Fmi sono proiezioni piuttosto razionali. Riteniamo assolutamente infondate i timori di alcuni osservatori di un forte riduzione della crescita del pil cinese che invece, a nostro avviso, assisterà a una forte incremento della spesa al consumo alimentata dal rialzo dei salari tra il 20-30%. Particolarmente positiva si rivelerà la performance dei paesi produttori di materie prime come il Brasile, Sud Africa e Indonesia che beneficeranno del rialzo dei prezzi. Mentre i tradizionali esportatori di beni in conto capitale come Usa, Germania, Canada, Giappone, Sud Corea, Svezia e Regno Unito dovrebbero continuare a prosperare. Specialmente quelli più “forti” nei comparti agricoli, auto, energia e tech. Alcuni paesi inoltre espanderanno la propria capacità produttiva accrescendo così la domanda di beni capitali.

E’ il caso della Germania che si sta rivelando l’epicentro del nuovo boom globale, come documentato nell’ultima tornata di dati economici. Gli ordini alle fabbriche hanno registrato a febbraio un balzo del 2,4% nel mese di febbraio e del 9,2% su base annuale (vedi grafico allegato). Una particolare menzione va alla performance degli ordini domestici cresciuti del 2,3% su base mensile segno che la crescita tedesca non vice di solo export.

Segnali positivi di medio termine arrivano anche dalla stessa Arabia Saudita che, nel comunicare al mercato la decisione di ridurre la produzione di greggio, ha tuttavia mantenuto inalterate le previsioni di crescita della domanda mondiale di greggio a 1,4 milioni di barili al giorno.

Con questi presupposti dunque consigliamo ai nostri clienti di mantenere i servi saldi e approfittare del probabile proseguo del sell-off del prezzo dei metalli per effettuare fissazioni di medio termine in particolare sui metalli, rame in primis, caratterizzati dalle maggiori tensioni sul lato dell’offerta. L’opportunità si rivelerà molto buona anche per i buyer di metalli preziosi che subiranno probabilmente il sell off più forte in quanto maggiori erano le pressioni speculative che nei mesi scorsi si erano concentrati su oro, argento, platino e palladio. Nel caso dei metalli preziosi consigliamo però di effettuare fissazioni di breve termine in quanto l’eventuale rimbalzo sarà figlio del mantenimento della politica monetaria espansiva da parte della Federal Reserve e non da una condizione strutturalmente rialzista dei fondamentali dei metalli.

Gianclaudio Torlizzi
Partner
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