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Osservatorio materie prime - 11 luglio 2011
domenica 10 luglio 2011

Osservatorio materie prime - 11 luglio 2011

Osservatorio materie prime - 11 luglio 2011

Osservatorio materie prime
T-Commodity Weekly Digest
Edizione n. 17 – 11 luglio 2011
Mentre la finanza internazionale appare in questi giorni piuttosto impegnata nell’effettuare pesanti speculazioni contro gli asset italiani, la scorsa settimana l’agenzia di rating Moody’s, ha alzato il velo su di una criticità finora alquanto tralasciata dai trader: il debito locale cinese. Stando all’agenzia di rating newyorkese, il peso del debito locale cinese detenuto dagli enti territoriali potrebbe ammontare a 3,5 mila miliardi di dollari al di sopra delle stime del governo cinese di 10,7 mila miliardi. Oltre al livello di esposizione nudo e crudo, Moody’s punta il dito sul problema reale che ne è diretta conseguenza: i crediti inesigibili che potrebbero rivelarsi tra l’8% e il 12% del debito anziché tra il 5-8% come stimato dal governo di Pechino. La conclusione di Moody’s è che se la Cina non varerà presto un “master plan” in grado di pulire il debito pubblico locale, lo scenario del credito delle banche cinesi potrebbe virare in negativo.

L’intervento di Moody’s, se da un lato colpisce per la durezza, d’altro lato alza il velo su di un aspetto non certo sconosciuto. Già nelle note di mercato dei mesi scorsi ci eravamo soffermati sull’argomento, evidenziando che se a livello statale il bilancio cinese fosse in ottima salute, mascherasse di fatto una situazione ben diversa a livello locale. La ragione di questa dicotomia sta nella struttura dell’economia cinese stessa caratterizzata dal grande potere delle provincie che, con il supporto delle banche locali, hanno dato vita a un sistema di sviluppo economico difficilmente controllabile ammantato di clientelarismo e corruzione.

A onor del vero vi è da dire che negli ultimi 30 anni di forte crescita il governo di Pechino ha di fatto chiuso un occhio davanti a certe dinamiche, punendo solo gli eccessi. Ma si trattava della prima fase dello sviluppo, dove gli eccessi erano funzionali a portare l’economia cinese al rango delle maggiori potenze industriali del pianeta, senza badare ai criteri di sostenibilità. Passata la prima fase, oggi il governo sta intraprendendo un nuovo corso: quello, ovverosia, di traghettare l’economia verso un modello di sviluppo meno votato alle esportazioni low cost, basato sui prodotti ad alto valore aggiunto e sui consumi interni.
In quest’ottica si spiega la decisione di stanotte da parte del governo di innalzare l’asticella del cambio yuan/dollaro Usa, portandolo al livello massimo storico a 6,4650. Un nuovo modello di sviluppo, insomma, quello pensato dalla leadership cinese, dove certi eccessi non hanno più ragion d’essere. E che, se non ridimensionati, rischiano di creare un’incontrollabile sovraccapacità, preludio a una severa crisi. Sia sul piano industriale che su quello finanziario.

Sul piano industriale abbiamo più volte documentato l’obiettivo del governo di ristrutturare i settori maggiormente caratterizzati da un eccesso di offerta come l’industria pesante. Sul piano finanziario tale processo di razionalizzazione passa per lo stop al “credito facile” che è stato elargito per anni dalle banche locali agli imprenditori locali con il tacito assenso dei politici locali. Se il governo cinese riuscirà nella difficile sfida di creare un’economia sostenibile è una scommessa aperta. Dal nostro punto di vista riteniamo che il processo di transizione proseguirà fino a che il governo riuscirà a mantenere un percorso di forte crescita dell’economia che alcuni economisti indicano nell’8% annuo.

Una tesi, quella dell’”atterraggio morbido” che è in linea con uno scenario strutturalmente rialzista dei prezzi delle commodities. Gianclaudio Torlizzi
Partner T-Commodity srl a socio unico
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